Più falsi diritti per pochi, meno veri diritti per tanti

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Well done, girls!” Avreste mai immaginato che dire “Ben fatto, ragazze,” costasse la sospensione e mettesse a rischio il posto di un insegnante per averla pronunciata in classe? Ecco, non è fiction, è realtà. Il fatto è accaduto in Inghilterra nella scuola Oxfordshire al povero professor Joshua Sutcliffe, ventisettenne docente di matematica, colpevole di essersi rivolto alle proprie studentesse senza considerare che tra di loro ce n’era una affetta da disforia di genere, cromosomi femminili, vagina, utero, ovaie, caratteri sessuali secondari femminili, ma che si percepisce maschio.

Fatto notare l'”errore” dall’interessata, il professore Sutcliffe si è immediatamente scusato, ma ciò non è bastato, perché il margine di tolleranza per chi viola le regole imposte dal P.U.D., il pensiero unico dominante, è pari a zero. La madre ha infatti inoltrato formale reclamo da cui è scaturito il provvedimento disciplinare per “misgendering”. “Un’esagerazione”, così l’ha definita un giovane collega. Davvero si tratta di un’esagerazione, cioè un’estremizzazione di un’idea giusta? O non è forse la conseguenza logica di un’idea sbagliata?

Come scrive Eric Metaxas,Le idee hanno conseguenze che portano lontano, ed uno deve essere molto attento a ciò che consente venga alloggiato nel proprio cervello“. Dunque, qual’è l’idea di base che è stata alloggiata nello slot cerebrale di molti e che sembra avere trovato un angolino anche in quello del mio giovane collega? È il principio che l’identità personale non è determinata dalla realtà, ma dalla percezione soggettiva; o meglio ancora, secondo il linguaggio inaugurato dalla filosofa lesbica Judith Butler, è la percezione soggettiva che crea performativamente la realtà.

Avere attribuito alla ragazza affetta da disforia di genere il pronome femminile, quando invece ella si percepisce maschio, costituisce un’offensiva violazione della propria identità personale. L’offesa consisterebbe nella dimostrazione pubblica da parte del professore di non credere alla realtà affermata dalla studentessa. Ora, qualcuno sa dire perché questo principio di totale indifferenza rispetto alla materia e al reale, a ciò che posso vedere, toccare, odorare, gustare, a ciò che esiste e rimane cubico, un prisma a 6 facce uguali, anche se il mio cristallino malato me lo fa vedere sferico, dovrebbe rimanere limitato all’identità sessuale? Perché non dovrebbe valere per l’età e dunque consentire l’accesso gratuito nei musei al cinquantenne che si sente ancora un fanciullino, o la pensione se si sente un vecchio d’ottanta anni? Perché non dovrebbe valere per la razza di Rachel Anne Dolezal, accusata di frode per essersi spacciata di colore, quando, pur essendo di razza caucasica, è cresciuta con 4 fratellini adottivi di colore e preferisce vivere come donna di colore? Ammesso che il professor Sutcliffe venga reintegrato come docente di matematica, come farà a contestare errori nell’elaborato di qualsiasi suo studente che percepisca il compito come perfetto se ha dovuto accettare il principio che non la realtà genera la percezione, ma la percezione genera la realtà? Perché 5 non è uguale a 7, ma la vagina deve essere uguale al pene?

Giorni fa ho scritto del ministro Fedeli, al centro di polemiche per non essere laureata. Ma non dovremmo tutti autodenunciarci per “misgraduation” (graduation è il termine inglese che indica la laurea) se da parte dell’interessata ci fosse la percezione di essere laureata? Va bene, facciamo che per un attimo ci lasciamo impiantare il chip del gender che gli addetti indicano con l’appellativo “queer” (strano). Qualcuno sa dire perché la percezione del professor Sutcliffe dovrebbe valere di meno di quella della studentessa? Perché il docente dovrebbe essere obbligato ad auto-ingannarsi ed auto-offendersi? Dov’è il “più diritti per tutti” con cui ci hanno riempito la testa? La realtà è assai diversa ed è la seguente: “Più falsi diritti per pochi, meno veri diritti per tanti“.

E noi in Italia siamo lontani da questi approdi? Niente affatto. La Corte Costituzionale nella recente sentenza n.180 del 2017, ha identificato il principio necessario affinché il giudice ordini la “correzione” anagrafica in “un accertamento rigoroso non solo della serietà e univocità dell’intento, ma anche dell’intervenuta oggettiva transizione dell’identità di genere, emersa nel percorso seguito dalla persona interessata; percorso che corrobora e rafforza l’intento così manifestato”. Per i giudici del palazzo della Consulta “va escluso che il solo elemento volontaristico possa rivestire prioritario o esclusivo rilievo ai fini dell’accertamento della transizione”. Tuttavia a ben vedere si tratta di un paletto meno solido dell’incisivo di latte di un bambino di 5 anni. Anche ammettendo di riuscire nella titanica impresa di distinguerli, perché la sincera percezione dovrebbe essere pubblicamente riconosciuta e il sincero desiderio no? E se un giorno la persona dovesse ripensarci?

A questo mondo di certo, come si dice, c’è solo la morte e le tasse. Fatto sta che anche in Italia persone con il pene possono fare la doccia accanto a signore, ragazzine e bambine con il timbro della legge 164 del 1982 che le ha dichiarate donne.

Quella legge ebbe come promotore il deputato radicale Francesco De Cataldo. Tutti e solo radicali erano gli altri firmatari del progetto: Maria Adelaide Aglietta, Aldo Ajello, Pio Baldelli, Marco Boato, Emma Bonino, Roberto Cicciomessere, Marcello Crivellini, Adele Faccio, l’ex suora delle Minime Oblate Maria Luisa Galli (ora ritiratasi a vita monastica sul Lago d’Orta con un nuovo nome religioso e una nuova vita), Gianluigi Melega, Mauro Mellini, Domenico Pinto, Francesco Roccella, Leonardo Sciascia, Massimo Teodori e Alessandro Tessari, oltre al guru e dominus del partito Pannella. L’intero stato maggiore del partito del divorzio e dell’aborto presenta un disegno di legge che sancisce il principio che con un po’ di ormoni, tagliando il pene a chi ce l’ha o facendo un salsicciotto con un muscolo dell’avambraccio a chi il pene non c’è l’ha, si diventa maschi e femmine, e il mondo cattolico presente in parlamento che fece? Lo approvò senza alcun dissenso. Nella seduta del 1 aprile 1982 la quarta commissione della Camera votò all’unanimità il testo; su 24 votanti non ci fu nessun voto contrario né astenuto. I democristiani Bianco, Carta, Casini, De Cinque, Fontana, Garavaglia, Gitti, Mora, Pennacchini, Russo, Sabbatini, Speranza, ed il missino Trantino furono tutti d’accordo, la teoria del gender era legge, con gli immancabili e futili paletti e l’altrettanto immancabile vacua e miope approvazione dei politici cattolici.

Articolo comparso sul quotidiano La verità

 

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24 pensieri riguardo “Più falsi diritti per pochi, meno veri diritti per tanti”

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