I nati da fecondazione eterologa sono tanti e sempre di più sono quelli che rivendicano il diritto di sapere da dove vengono. Si riuniscono in associazioni e gruppi online, dove condividono la loro storia; rendono pubblico il loro dolore; condannano l’industria della fecondazione artificiale che li trasforma in prodotti frutto di mere transazioni commerciali, annichilendo i loro diritti e bisogni; lottano contro il muro d’omertà e carenza d’informazioni che quasi sempre si pone loro davanti non appena cercano di rintracciare le proprie origini biologiche: le radici fondanti l’identità personale di cui si sentono defraudati; descrivono le difficoltà incontrate nel tentativo di dare un volto e un nome al donatore/genitore biologico mancante, e agli altri mezzi-fratelli e parenti (nonni, zii, cugini) sconosciuti, che vivono da qualche parte là fuori nel mondo.
Le cronache degli ultimi anni sono piene di storie e testimonianze provenienti da questi figli programmati per essere “orfani” di genitori viventi. Sono anche stati realizzati studi che includono le dichiarazioni rilasciate da molti di loro, e documentari dove c’è chi mostra il proprio viaggio alla ricerca del padre biologico e degli altri mezzi-fratelli e sorelle, o dove altri si raccontano descrivendo la propria travagliata vicenda e i tanti tormenti che derivano dal vivere con pezzi di sé fondamentali mancanti.
Quelle che seguono sono alcune delle loro storie e testimonianze dirette.
INDICE:
- Lo studio “My daddy’s name is: Donor” (“Il nome del mio papà è: donatore”) svela i tormenti dei figli concepiti con la donazione di sperma.
- Le testimonianze di Alana e Barry trasmesse dal documentario “Anonymous father’s day”
- “Generation Cryo”: il docu-reality che solleva domande sulle conseguenze dei figli nati da fecondazione eterologa
- La galassia dei siti web e delle associazioni che danno voce agli “orfani” dell’eterologa
- Caroline: “Ero arrabbiata con la società che mi aveva messo al mondo in questa situazione precaria”
- Agathe: “Sono annientata. Sono come un castello di carte a cui sia stata tolta all’improvviso una delle basi: tutto è venuto giù”
- Lauren Burns: “Ho scoperto che mio padre era una fiala di sperma congelato con l’etichetta ‘C11’: è stato un completo shock”
- Sarah Dingle: “Tutto quello che sapevo di me è stato spazzato via… Da allora stento a riconoscere il mio volto allo specchio”
- Emma Cresswell: “La mia vita era una bugia… Ho dovuto rimettere in discussione chi ero”
- Audrey Kermalvezen: “Qui per testimoniare quanto sia dura nascere così”
- Hattie Hart: “Scoprire di non avere un papà mi ha lacerata. È un vuoto incolmabile”
- Jessica Kern, nata da madre surrogata, e quella “ferita primaria” che ti fa sentire come se non avessi un legame con i tuoi genitori
- Kathleen LaBounty: “Ho sperimentato personalmente ciò che sento come la morte del mio padre biologico, e continuo anche a soffrire per non avere la possibilità di conoscere i miei mezzi fratelli biologici, le zie, gli zii, i cugini e i nonni”
- Paolo B, figlio di genitori nonni: “Ho vissuto una vita da ‘diverso’ in mezzo ai miei coetanei, sentendomi continuamente definire ‘bastone della mia vecchiaia’ dai miei genitori”
Lo studio “My daddy’s name is: Donor” (“Il nome del mio papà è: donatore”) svela i tormenti dei figli concepiti con la donazione di sperma.
Lo studio[1] è stato realizzato nel 2010 dall’Institute for American Values di New York, su un campione di 485 adulti di età compresa tra i 18 e i 45 anni concepiti con sperma donato, e due gruppi di controllo composti rispettivamente da 562 adulti adottati da piccoli e 563 adulti cresciuti con i propri genitori biologici. Lo scopo era quello di indagare la condizione psicologica, il benessere familiare e sociale dei figli concepiti con lo sperma di un donatore. I ricercatori – Elizabeth Marquardt, Norval D. Glenn e Karen Clark – hanno individuato su questi tre livelli molte carenze e malesseri, legati all’incertezza delle proprie radici e alla mancanza di una relazione con il padre biologico.
Il quadro d’insieme che emerge è quello di una maggiore insicurezza dei nati con eterologa non solo rispetto ai figli cresciuti con i propri genitori biologici, ma anche verso coloro che sono stati adottati da piccoli. In particolare: il 25% dei giovani concepiti col seme di un estraneo concordano fortemente con l’affermazione “Sento che nessuno mi comprende veramente”, contro il 13% dei giovani adottati e il 9% di quelli cresciuti dai propri genitori biologici. Il 47% dei nati tramite donatore è d’accordo con “Temo che mia madre mi abbia mentito su questioni importanti durante la mia crescita”, affermazione che trova concordi solo il 27% dei figli adottati e il 18% dei figli cresciuti dai genitori biologici. Una volta diventati grandi, ben il 57% della prole nata da donatore è d’accordo con “Sento di poter contare più sugli amici che sulla mia famiglia”, contro la metà di chi è cresciuto nella propria famiglia biologica. Quasi la metà dei figli di donatore (48%) contro un quinto dei figli adottati (19%) è d’accordo con l’affermazione “Quando vedo gli amici insieme ai loro padre e madre biologici, mi sento triste”, inoltre, più della metà dei primi (53%) contro il 29% degli adottati concorda con “Soffro quando sento le persone parlare delle loro origini genealogiche”. Il 43% della prole di donatore, contro il 15% degli adottati e il 6% degli allevati dai genitori naturali, ammette di “sentirsi confuso su chi è un membro della mia famiglia e chi non lo è”. Il 10% degli intervistati ha detto che, all’età di 15 anni, sapere di essere stato concepito col seme di un donatore, l’ha fatto sentire come uno “scherzo della natura” e il 13% ha detto di essersi sentito un “esperimento da laboratorio”.
Lo studio comunica molti altri dati relativi ai nati da fecondazione eterologa con lo sperma di un donatore. Il 65% di costoro concorda con l’espressione “Il mio donatore di sperma è la metà di ciò che sono”; il 45% è d’accordo con l’affermazione “Le circostanze del mio concepimento mi disturbano” ed è infastidito dal fatto che nel concepimento abbia avuto un ruolo il pagamento di denaro; il 58% concorda con “Quando vedo qualcuno che mi somiglia mi chiedo spesso se siamo imparentati”; Il 46% è d’accordo con “Quando sono attratto da qualcuno sono preoccupato per il fatto che potremmo essere inconsciamente parenti” e il 43% teme di aver avuto relazioni sessuali con qualcuno con cui non sa di essere imparentato; il 47% esprime perplessità o netto rifiuto verso la donazione eterologa, anche quando i genitori raccontano ai figli la verità sul loro concepimento. Altri dati mettono in luce aspetti ancor più problematici, tra cui il fatto che i figli nati da sperma di donatore hanno significativamente più probabilità, rispetto agli allevati dai genitori biologici, di sperimentare conseguenze negative come la delinquenza, l’abuso di sostanze e la depressione, anche quando si prendono in esame i fattori socio-economici e altri fattori.
Dopo quest’analisi comparata, i ricercatori riportano le dichiarazioni rilasciate da molti di questi figli dell’eterologa, dalle cui parole emerge tutto il disagio evidenziato nella prima parte dello studio. Una giovane donna della Pennsylvania dice di voler incontrare il suo donatore perché vuole sapere “cos’è la metà di me e da dove viene la metà di me”. Un’altra, della Gran Bretagna, afferma: “Voglio incontrare il donatore perché voglio conoscere l’altra metà da cui provengo”.
Lindsay Greenawalt dell’Ohio, è alla ricerca di qualsiasi informazione possibile sul suo donatore di sperma e dichiara: “Sento che è un mio diritto conoscere chi sono e da dove viene ciò che mi è stato tolto”. Poi continua: “I bambini sono creati senza pensare minimamente che in questo si sta coinvolgendo un essere umano. Si tratta semplicemente di una transazione commerciale tra i nostri genitori, il medico e il donatore anonimo, senza alcuna considerazione per il bambino”. E aggiunge: “Non è semplicemente una donazione quella che questi uomini ‘generosi’ hanno avuto il tempo di fare. Non solo sono pagati per questa cosiddetta ‘donazione’, che mi sembra un ossimoro in primo luogo… Questa non è come una donazione di sangue o di organi; questi uomini che donano lo sperma (e le donne che donano gli ovuli) stanno producendo bambini che, prima ancora di essere concepiti, saranno privati del diritto di sapere chi sono”.
Lindsay ha successivamente creato il blog “Confessions of a Cryokid” per rintracciare il padre genetico di cui è riuscita ad avere le coordinate in codice: “Sei nato il 12 febbraio 1961, sei inglese, hai gli occhi verdi e i capelli castani e hai fatto un master. Sei tu Xytex 2035?”. Lindsay, che si definisce “figlia del freddo”, dice di sé: “Se avessi dovuto scegliere tra essere concepita deliberatamente con metà identità e metà delle relazioni di sangue che mi sono state negate per sempre, o non essere mai nata, avrei scelto di non essere mai nata. Tutti noi siamo stati creati per portarci dietro una perdita che nessun essere umano dovrebbe sopportare”[2].
La canadese Olivia Pratten, che ha recentemente lanciato una class-action nella Columbia Britannica, ha detto in un’intervista: “Penso a me stessa come a un puzzle; l’unica foto che abbia mai conosciuto è completa solo per metà”. Poi specifica: “Non sto cercando un papà”, bensì “ho delle domande su chi sono e sul perché faccio quello che faccio”. Danielle Heath dell’Australia ha scoperto a 19 anni di essere stata concepita tramite donatore: “Mi sono sentita come se ci fosse un pezzo mancate – afferma –. Sapere a chi assomiglio mi completerebbe”. L’inglese Tom Ellis ha raccontato a un giornalista come si è sentito dopo aver consegnato un “tampone guancia” con il suo Dna per il Registro dei Donatori del Regno Unito: “È stato per me un grande passo perché ha significato ammettere che lo straniero che mi ha aiutato a venire al mondo è importante. È una parte importante di me e, senza di lui, non mi sentirò mai pienamente completo”.
Christine Whipp, figlia di un donatore britannico, rivela di aver scoperto a 41 anni, dopo una vita piena di sentimenti tumultuosi e dolorosi per essere stata rifiutata da sua madre, che costei l’aveva concepita grazie a un donatore di sperma. La donna racconta: “La mia casa ancestrale era un campione in un barattolo di vetro, e i miei genitori biologici non si sono mai conosciuti l’un l’altro né a livello personale né in senso biblico. Non posso nominare una singola persona che abbia condiviso questo strano retroterra fantascientifico, e mi sono ritrovata a sentirmi così sola e completamente separata dal resto della razza umana come non mi era mai successo prima”. Christine scrive: “La mia esistenza non ha avuto nulla a che fare con la naturale serendipità della riproduzione umana, dove i bambini sono la naturale evoluzione di relazioni adulte reciprocamente appaganti, ma piuttosto essa ha rappresentato un contratto verbale, una transazione finanziaria e un freddo, controllo clinico di tecnologia medica. La manipolazione di routine dei gameti umani ha fatto sì che l’essenza stessa della vita sia sfruttata, commercializzata, disprezzata e svilita. L’embrione umano unico e irripetibile oggi è una risorsa collezionabile e valutabile”.
Adam Rose racconta con queste parole quello che ha provato quando ha scoperto in che modo era stata concepita: “Mi sono sentita come un fenomeno da baraccone… È stato veramente scioccante”. Un altro, nato da donatore, afferma di aver lottato a lungo con dei sentimenti di vergogna “per essere stato concepito in un modo così insolito”.
Katrina Clark ha raccontato la sua storia al Washington Post, spiegando di essere nata da una madre single che non le ha mai nascosto la verità circa il suo concepimento. Katrina specifica di aver avuto un legame stretto e amorevole con la madre, tuttavia, una volta cresciuta, guardando ai suoi amici con entrambi i genitori, si è ritrovata a dover fare i conti con dei problemi d’identità. “È stato allora – spiega – che è subentrato in me il vuoto. Ho realizzato di essere, in un certo senso, un fenomeno da baraccone. Io realmente non avrei mai avuto davvero un padre. Ho finalmente capito cosa significasse essere concepita tramite donatore, e l’ho odiato”.
Stina, studentessa 29enne di Colonia (Germania), spiega che a volte è riluttante a condividere con le nuove conoscenze la verità sulle sue origini: “Ho sempre un po’ di timore che la mia persona risulti macchiata a causa del mio concepimento, per il fatto che per crearmi i miei genitori hanno dovuto pagare il mio padre genetico, una persona a loro estranea”.
Lynne Spencer è un’infermiera concepita da donatore, che per la sua tesi di Master ha intervistato altre otto persone ormai adulte concepite alla stessa maniera. Lynne scrive che i suoi genitori le hanno rivelato da adulta la verità sul suo concepimento e che la domanda profonda che la tormentava era questa: “Se la mia vita è lo scopo di altre persone, e non il mio, qual è allora lo scopo della mia vita? Penso che uno degli aspetti più strani di essere figlio di un donatore è la sensazione di sentirsi senza vita, o che in parte io non esistevo. La sensazione generale che io conto poco, che non importa chi sono e devo essere rimossa. Quello che conta è solo ciò che rappresento… che io sia la figlia di qualcuno e non una persona a sé stante”. Uno degli intervistati da Lynne ha rivelato di “aver sempre avuto molta paura di morire, perché non riuscivo a fare pace con il mio senso di inesistenza nel mondo. Penso che questo fosse dovuto in parte al fatto che, in un certo senso, mi sentivo come se non esistessi perché non sapevo da dove provenisse una metà di me. Era quasi come se quella parte di me fosse stata seriamente negata a causa della segretezza. Nessuno me ne aveva parlato… era come se fossi venuto al mondo per magia”.
La ricerca prosegue riportando la dichiarazione rilasciata a un giornalista da una 39enne giapponese, la cui madre l’aveva concepita utilizzando l’inseminazione di un donatore. La donna afferma di lottare contro questa sensazione angosciante: “Sento di essere venuta al mondo per la realizzazione degli intenti di mia madre. Dopo la sua morte, ho iniziato a chiedermi se avevo ancora una ragione per esistere”. Altri figli nati da donatore di sperma parlano dell’ansia che provano quando scrutano i volti anonimi che incontrano nella vita di tutti i giorni. Narelle Grech dell’Australia, scrive: “Come vi sentireste sapendo che potreste camminare accanto al vostro vero padre, o a qualcuno dei vostri sette fratelli o sorelle, senza saperlo?”. La canadese Olivia Pratten, afferma: “Non posso farci niente. È sempre nella mia mente”, mio padre è forse “quell’uomo sul bus?” oppure “è il mio professore?”. Nel nostro sondaggio – continua lo studio – un adulto concepito tramite donatore ha effettivamente scritto: “A volte mi chiedo se mio padre si trovi in piedi proprio qui davanti a me”.
Joanna Rose è una donna adulta britannica, concepita con seme di donatore anonimo, che oggi vive in Australia dove ha recentemente completato un dottorato di ricerca sui problemi etici, di parentela e d’identità che gravano sui figli concepiti con i gameti altrui. Joanna ha promosso e vinto in Gran Bretagna la causa presso L’Alta Corte contro l’anonimato dei donatori di sperma e di ovociti. È cresciuta con la madre, il padre sociale e il fratello naturale o fratellastro (i padri-donatori potrebbero essere differenti), e ha appreso la verità sulle sue origini quando aveva 7-8 anni, dopo aver trovato il padre sociale sconvolto e avergli fatto pressione per scoprire i motivi di quel suo stato d’animo. La donna crede che il segreto che i suoi genitori hanno cercato di tenere nascosto – e il fatto che la madre avesse legami biologici con entrambi i figli, mentre il padre non ne avesse alcuno – abbia creato enormi tensioni nel matrimonio dei suoi genitori, i quali, alla fine, si sono separati quando lei aveva circa 10 anni.
La dolorosa ironia in tutto questo è che, nonostante il notevole successo e notorietà raggiunti a livello nazionale, Joanna ancora non sa chi sia il suo vero padre. Le fu suggerito che potesse essere un certo dottore, ma dopo avergli scritto due volte, per cercare informazioni a proposito della sua anamnesi medica e origine etnica, Joanna ha ricevuto come risposta solo “minacce legali e indifferenza”. Se questa persona è il suo vero padre, lei si sente da lui doppiamente abbandonata, la prima volta quando si è allontanato da un bambino che ha concepito dando via lo sperma, e la seconda volta quando l’ha rifiutata da adulta. Joanna non ha rinunciato a conoscere tutto il possibile sul suo padre biologico, chiunque egli sia: “Qualsiasi cosa – afferma – è meglio dell’oblio paterno che ad oggi mi rimane”.
Le testimonianze di Alana e Barry trasmesse dal documentario “Anonymous father’s day”
“Anonymous father’s day” (“La giornata del padre anonimo”) è un documentario realizzato da Jennifer Lahl, presidente dell’organizzazione no-profit “Center for Bioethics and Culture Network” di San Francisco, in cui si possono ascoltare le testimonianze di due donne e un uomo, figli di donatori di sperma. Il film pone l’attenzione sulle domande fondamentali a cui costoro chiedono con forza una risposta. Cosa si prova a crescere senza sapere chi è il tuo padre biologico o se hai dei fratelli? Cosa si prova a scoprire che l’uomo che pensavi fosse tuo padre non è in realtà il tuo padre biologico, che il tuo vero padre biologico ha donato il suo sperma ed è identificato solo da un numero? Che impatto ha tutto questo con la percezione di te stesso, con le scelte che fai e la tua visione della vita e del mondo? Migliaia di persone concepite tramite donatore hanno queste domande che riguardano le proprie origini, la propria vita e la propria identità; hanno un profondo desiderio di conoscere i loro veri legami, di sapere chi sono, da dove vengono e a chi assomigliano.
Nel documentario viene intervistata la 24enne newyorkese Alana Stewart/Newman, che gestisce il sito anonymousus.org, in cui raccoglie e diffonde le storie di chi, come lei, a un certo punto della vita ha dovuto fare i conti con l’incertezza delle sue radici. “Avevo 5 anni – racconta -, era un giorno come un altro, mi stavo preparando per andare a scuola, quando mia mamma mi ha detto che ero figlia di un donatore. Così, semplicemente. Ero confusa, ma sicuramente ho subito dato un nome a quello strano senso di estraneità che da sempre percepivo nei confronti di papà. Ho una sorella di 2 anni più grande e mia madre quel giorno mi ha spiegato che lei invece era stata adottata. Qualche anno dopo i miei genitori si sono separati e mia madre ha concepito naturalmente il suo terzo figlio con un nuovo compagno”.
Alana parla anche del suo padre biologico: “Ho passato anni della mia infanzia a fantasticare su di lui. Costruivo castelli sulle poche cose che sapevo: capelli biondi, occhi azzurri, laureato. Giorni frenetici e notti insonni passate a immaginare il suo carattere, le sue passioni. Forse era un musicista, come me – mi dicevo -, forse era un’artista squattrinato, per questo l’ha fatto: aveva bisogno di soldi. Poi ho scoperto che il donatore numero 81 era un professionista affermato, un medico che si definisce credente. Il mio padre biologico”. Alana racconta la sua storia con distacco, ma a tratti il tono della voce e gli occhi velati di lacrime rivelano i suoi veri sentimenti, anche quando descrive le differenti dinamiche familiari riscontrate tra lei e i suoi fratelli: “Ho visto mia madre crescere tre tipologie biologiche di figli e le differenze, certamente involontarie, nel suo rapporto con noi. Ho visto l’unico padre che conoscevo chiedere, dopo il divorzio, la paternità della mia sorella maggiore e non la mia. Sentiva più sua la figlia adottata, rispetto a me”.
Intervistata da Tempi nel 2015, Alana ha rincarato la dose: “Sono nata con lo sperma di uno sconosciuto per fare piacere a mia mamma – afferma -, usata come una sorta di strumento per risolvere le sue mancanze”. E ancora: “Io sono stata comprata. Mia mamma ha fatto letteralmente shopping, pagando per me e per mio padre. Sono cresciuta pensando che il mio ruolo nel mondo fosse quello di soddisfare i desideri degli altri a discapito dei miei diritti, come ad esempio avere un padre”. Questo fatto ha avuto molte ripercussioni anche nelle sue relazioni: “Mi facevo usare da tutti per ogni cosa, senza tenere conto di me stessa. Facevo sesso anche con persone con cui non avrei voluto farlo. Questo atteggiamento si rifletteva su tutto”. Per questo, conclude Alana: “La fecondazione eterologa dovrebbe essere vietata come un atto criminale. Ma anche quella omologa è sbagliata: pure in questo caso il bambino sa di essere venuto al mondo con lo scopo di soddisfare i genitori… La vita ha un corso naturale e ci sono cose che non dovrebbero essere cambiate”.
Dopo tante sofferenze, oggi Alana è felicemente sposata con due figli e ha finalmente trovato un equilibrio grazie all’aiuto di persone che le hanno fatto sperimentare l’amore incondizionato, anche se – ammette – il suo passato non potrà mai essere cancellato: “Sono stata fortunata. Prima di tutto perché ho letto tantissimo, senza stancarmi, per anni, e ho capito come mai stavo così male, scoprendo che anche gli altri figli dell’eterologa soffrono. Ma soprattutto ho avuto la fortuna di incontrare alcuni cattolici che mi hanno amata in modo che non conoscevo. A casa mia si amava per sentirci bene, mentre per queste persone l’amore era un’altra cosa: si sacrificavano e si privavano di qualcosa di loro per rendere felice me. L’opposto di come ero sempre stata trattata. Questo amore mi ha cambiata, ma il mio passato resta”[3].
Nel documentario, Lahl intervista anche il documentarista Barry Stevens, che ha scoperto la verità sul suo concepimento all’età di 18 anni, dopo la morte improvvisa di colui che pensava fosse suo padre: “Suona strano – racconta – ma è come se avessi sempre sentito una forma di distacco nei suoi confronti, e mia sorella provava la stessa identica cosa. Come se in famiglia ci fosse sempre stato un segreto e noi due ne fossimo tenuti all’oscuro. Era alienante, mi sentivo perennemente incerto”.
Barry prosegue parlando del “genealogical bewilderment” (“smarrimento genealogico”), cioè della crisi di identità e del senso di confusione percepiti dai figli di donatori: “Il bambino – spiega – sente insieme curiosità e confusione rispetto a chi appartiene, alla sua identità, alle sue radici, al suo posto nella famiglia. Lo si vede nei bambini adottati, che chiedono di sapere dei loro genitori biologici, e ancor più succede nei bimbi nati da donatore, per i quali la ricerca del padre è resa ancor più difficile dalla protezione della privacy di chi dona”. Poi, a quest’ultimo proposito aggiunge: “Mi sembra assurdo che le cliniche trattengano così tante informazioni sui donatori e non si preoccupino dei diritti di chi nasce. Ci vogliono convincere che un padre donatore non sia altro che una persona disposta ad aiutare chi non riesce ad avere figli. Una prassi ordinaria. Non considerano che abbiamo tutti una grande domanda di senso nel cuore che ci porta a chiedere: chi sono? Da dove vengo? Ci ripetono che è una cosa normale, che non c’è nulla di male. Eppure qualcosa non torna”. Nessuno – puntualizza Barry – dovrebbe nascondere informazioni importanti su una persona a quella persona. Per la maggior parte della gente – aggiunge il regista -, chi è stato concepito con la fecondazione eterologa non può mettere in discussione la tecnica che gli ha permesso di venire al mondo, ma secondo questo ragionamento sarebbe come se, chi è nato da uno stupro, non abbia la prerogativa di condannare lo stupro.
Il documentario si chiude con un racconto ipotetico di Barry con il quale l’uomo vuol far comprendere la ragionevolezza del desiderio di conoscere le proprie radici biologiche, così preponderante tra i figli concepiti da donatore. “Immaginate che ci sia una coppia che aspetta un bambino – racconta -. La coppia viaggia in un paese straniero, dove la donna inizia ad avere le doglie e partorisce in un ospedale locale. Come di solito accade, dopo il parto il bambino viene portato via, finché, dopo quale ora, i genitori chiedono di poterlo rivedere. L’infermiera allora dice loro che sì, gli porterà un bambino, ma non il loro. Gli porterà un bel bambino, sano, ma non sarà loro figlio. Chi accetterebbe una cosa del genere? Nessuno. Ogni genitore vuole avere il proprio figlio. Per cui, se ci sembra del tutto naturale che un genitore sia attaccato al figlio che ha partorito, perché ci sembra così strano che un figlio sia attaccato a chi lo ha messo al mondo e lo voglia ritrovare?”[4], [5].
“Generation Cryo”: il docu-reality che solleva domande sulle conseguenze dei figli nati da fecondazione eterologa
“Generation Cryo: fratelli per caso” è un reality in sei puntate, trasmesso a partire da marzo 2014 dalla rete televisiva Mtv, che racconta la storia della 17enne statunitense Breeanna, di Reno (Nevada), figlia di un donatore di sperma, e dei viaggi compiuti alla ricerca del suo vero padre e dei suoi 15 fratellastri. Il documentario ha il merito di portare allo scoperto le domande, le frustrazioni e le problematiche che derivano dalla fecondazione eterologa: i “figli venuti dal freddo”, chi sono? Cosa vogliono? Cosa pensano della loro vita?
L’avventura di Breeanna inizia con la sua iscrizione al “Donor Sibling Registry”, con sede in Colorado, un registro online attivo dal 2000 istituito con lo scopo di aiutare i figli nati dallo stesso donatore (identificato solo da un numero) a rintracciare i propri legami familiari. Il padre biologico di cui Breeanna cerca notizie è il donatore n. 1096, è lui che le sue due madri, Debra e Sherry, hanno scelto quando hanno deciso di avere un figlio, rivolgendosi a una banca del seme, selezionando dal catalogo lo sperma di un maschio alto, atletico e intelligente. Il quadretto familiare tuttavia è durato poco: Debra ha scoperto che le piacevano gli uomini e tre anni dopo le due donne si sono separate.
Dopo esser venuta a conoscenza, grazie all’iscrizione nel registro, di aver ben 15 fratellastri sparpagliati sul suolo statunitense, la 17enne decide di partire alla loro ricerca con l’intento di conoscerli e farsi aiutare a identificare il padre biologico che tutti li accomuna. Il video-diario inizia con la riunione delle sue due madri e l’annuncio della partenza di Breeanna per Atlanta. La videocamera inizia a registrare: “Questo è il primo filmato del mio video-diario – annuncia la giovane – ed è tutto per te, il mio donatore di sperma”. Poi Breeanna si presenta: la mia storia “inizia con due donne e nessuna di loro aveva un pene, così – piano B -, un giorno un uomo misterioso si è recato in una banca del seme, è entrato e ha fatto quel che doveva fare in un bicchiere”. Poi – continua -, le due donne “hanno messo della musica soft e acceso delle candele e fatto il tutto con una pompetta da sugo…”, e aggiunge: “Che schifo!”.
Le puntate seguenti mostrano Breeanna che trascorre l’estate a cercare tutti i suoi fratellastri: “Sono pezzi di un puzzle – spiega in videocamera rivolta di nuovo al suo padre biologico – e se lo risolverò e arriverò a te, sarà stato il destino”. La conoscenza con alcuni dei suoi fratelli si trasforma in amicizia: “Incontrarsi è fico” – le dicono -, e la portano a una festa con falò in spiaggia a suonare la chitarra. “Io ho già un padre – afferma un’altra delle sue “mezze” sorelle (come le chiama lei) -, cosa me ne faccio di conoscerne un altro?”. “Voglio solo stringergli la mano!”, le risponde Breeanna. “Vuoi davvero stringere la mano che ti ha messo al mondo?”, replica la sorellastra mentre un’espressione di disgusto le attraversa il volto. Con il fratellastro Jonah scopre di avere “tanto in comune”, stesso “labbro carnoso che piace”. Mentre fanno colazione Breeanna gli chiede un po’ di DNA, perché per il test ci vuole un maschio con il cromosoma Y. “Non voglio incontrarlo – replica lui -, ma ti aiuto” e si strofina in bocca il tampone del kit. Il più turbato è il padre sociale di Jonah, che scoppia a piangere, perchè – spiega – non è riuscito a “fare l’unica cosa da uomo che un uomo può fare: riprodursi”, ma firma lo stesso il consenso all’utilizzo del DNA del figlio minorenne.
Gli episodi del reality si susseguono così, tra la conoscenza di nuovi “mezzi” fratelli e una nuova video-confessione, tra serate in compagnia e giorni passati a spulciare i registri comunali e universitari alla ricerca di notizie e foto dell’uomo n. 1096. Lo spettatore viene condotto, di volta in volta, nel mondo tutt’altro che dorato dei ragazzi concepiti tramite donatore, combattuti tra il desiderio di sapere costui “chi è” e la paura di conoscerlo, perché potrebbe rivelarsi una delusione: pensa se si scoprisse che “l’ha fatto solo per soldi e perché gli piace il sesso” – osservano. Oppure per la paura che quell’uomo potrebbe incrinare l’equilibrio faticosamente raggiunto in famiglie dove i padri sociali si sentono in colpa per non essere “abbastanza uomini”, e le madri si sentono inquiete per “aver tradito i propri mariti”, seppur solo dal punto di vista biologico e non fisico.
Man mano che si avvicinano al donatore 1096, i “figli venuti dal freddo” ne scoprono le somiglianze: “Ha il mio naso, le mie labbra carnose, ama la matematica e gli scacchi come me”. E gli interrogativi – che nessuna crioconservazione potrà mai ibernare – ribollono dentro: “Incontrarlo, forse, darebbe pace a tutte quelle domande che nemmeno io sono in grado di pensare”. Del resto, afferma a un certo punto Breeanna: “Non pensi che sia da stupidi pensare di mettere al mondo dei figli e non aspettarti che non si interessino a te? Per me è assurdo pensare di farmi una sega in una tazza e non aspettarmi più nulla”[6], [7], [8].
La galassia dei siti web e delle associazioni che danno voce agli “orfani” dell’eterologa
Con la diffusione della fecondazione eterologa e il progressivo aumento del numero dei figli nati dal suk procreativo, hanno iniziato a moltiplicarsi nel web i siti di chi è alla ricerca delle proprie radici ancestrali, di portali che raccolgono le loro storie e danno voce alla loro rabbia e frustrazione per lo stato di orfanezza biologica che li tormenta.
Uno di questi siti è anonymousus.org che, come abbiamo visto, è stato fondato da Alana Stewart, la giovane intervistata da Jennifer Lahl nel documentario “Anonymous father’s day”. “Non avere un padre mi ha segnato profondamento, ho sofferto”, scrive uno nel sito. “Siamo contrari a questa pratica, chiediamo giustizia”, precisano altri. Sono “arrabbiato con mia madre, ma nello stesso tempo non la voglio incolpare”, si sfoga un altro. “Ho sentito mancare qualcosa – specifica un’altra voce sofferente -, come se non potessi sentirmi completamente insieme ai ragazzi della mia età… erano più forti e maturi di me… Crescere vedendo i padri giocare con i loro figli mi ha reso triste”.
Mi sono sentita come “una nuova razza di bastarda – scrive una giovane -, perché non sono stata concepita all’interno del matrimonio di mio padre, io non sono sua figlia. Io sono stata ‘donata’ via volutamente. Adesso so chi è, ma odio questa identità che lui e i miei genitori mi hanno dato. Io non sono degna di mio padre o del riconoscimento, dell’amore e cura della mia famiglia biologica. Io non appartengo. Sono un’outsider”. Poi aggiunge: “Fate attenzione a ciò che desiderate. Questo è un modo terribile per portare nuova vita nel mondo”.
Io non voglio “incontrare il mio donatore – precisa un altro -. Ho navigato online alla ricerca di altri figli di donatori contrari a questa pratica: chiediamo giustizia, chiediamo un cambiamento”. C’è anche chi manifesta tutto il suo disprezzo verso il proprio padre biologico: “Chiunque voglia degradare le donne usandole come oggetti sessuali con la pornografia, disconoscere i bambini che non vuole per sé, mettere incinta tante sconosciute… e mai una volta in vita sua verificare se i suoi figli siano sani, felici, vivi… è il maschio peggiore e più disgustoso del pianeta. Il problema è che lui pensa di aver appena offerto un servizio all’umanità”.
Qualcun altro scrive: “I nostri padri e le nostre madri sono trattati come mandrie di allevamento… noi veniamo fabbricati in un laboratorio e la nostra vita è pagata in contanti”. E ancora: vi sembra giusto “separare volutamente i vostri bambini dai loro genitori biologici? Far subire ai vostri figli la tortura psicologica di cercare disperatamente la loro famiglia, che non potranno mai trovare del tutto perché nessuno sa quanti fratelli potrebbero avere? Sarebbe questa la famiglia dei vostri sogni?”.
Un altro sito online è Searching for my sperm donor father (“Alla ricerca di mio padre donatore di sperma”), in cui è possibile inserire le proprie generalità e fotografie per poter trovare il proprio padre biologico. Qui, Tom scrive che sta “provando a rintracciare il mio donatore di sperma e i miei fratelli da sei anni” e Lucy che è stata “concepita con sperma donato nel 1986 a Londra”.
I figli alla ricerca dei genitori biologici possono rivolgersi anche al portale riservato ai donatori: Donor Connections. Inserendo nel sito i propri dati, nonché i luoghi e le circostanze che li portarono a prendere la decisione di cedere gli ovuli o lo sperma, i donatori di gameti che desiderino un giorno rintracciare la prole che hanno contribuito a mettere al mondo, possono in questo modo uscire dall’anonimato e farsi trovare[9].
In Francia si distingue l’associazione Procreation médicalement Anonyme, a cui possono rivolgersi sia i figli nati da fecondazione eterologa che desiderano rintracciare i genitori biologici, sia gli ex donatori che desiderano farsi conoscere dai figli biologici generati dalle loro donazioni. Le persone nate da eterologa, afferma l’associazione, hanno “bisogno di inscriversi come chiunque nell’umanità, senza sentirsi il prodotto di un materiale biologico intercambiabile… Costoro domandano di poter dare un volto alla persona che ha permesso loro di venire alla luce”[10].
In Europa è attiva anche l’associazione Donor Offspring Europe (Doe), che riunisce i figli nati da donatori di gameti provenienti da Belgio, Danimarca, Francia, Germania, Olanda, Svizzera e Regno Unito. Tra gli obiettivi, l’associazione ha quello di aiutare chi lo desideri a far valere il proprio “diritto umano” (Il Doe lo chiama esattamente così) a conoscere il proprio albero genealogico, non solo perché ciò sia giusto dal punto di vista umano, ma anche per questioni di salute, visto che la fecondazione eterologa implica il rischio concreto che si verifichino relazioni incestuose tra consanguinei.
Caroline: “Ero arrabbiata con la società che mi aveva messo al mondo in questa situazione precaria”
Caroline, 35enne di Pittsburgh (Pennsylvania), che preferisce non rivelare il suo cognome, fa parte del gruppo anonymousus.org, fondato da Alana Stewart. La donna racconta di aver saputo dai suoi genitori, quando aveva nove anni, che colui che chiamava papà non era in realtà il suo vero padre biologico. Da quel momento è iniziato per lei un lungo cammino di comprensione di sé e, ancora oggi, nonostante sia ormai una persona adulta, ammette di provare ancora disagio quando le capita, seppur raramente, di pensare al suo “donatore”: “Questi pensieri mi disturbano in un modo difficile da spiegare. So che ho il naso e la statura bassa di mia mamma, ma il resto di me è un mistero” – racconta.
“Quando ero una ragazzina – prosegue Caroline – immaginavo che mio padre fosse qualcuno in tv. Qualcuno famoso. O un autore di un libro che mi era piaciuto. Inventavo delle storie e me le ripetevo infinite volte nella testa. Questa fase durò a lungo, fino a 16 anni, credo. Poi ho cominciato a sentirmi ingannata”. Caroline si sente derubata di metà della sua identità, rifiutata da un padre “che non voleva saperne niente di me”. In quegli anni, ogni volta che scopriva delle differenze con i suoi familiari, come il fatto di muoversi o parlare in modo diverso da loro, si chiedeva se per caso non fossero tratti ereditati dal suo padre “anonimo”. Poi, con il sopraggiungere della maturità, ha fatto la sua comparsa la rabbia: “Non ero arrabbiata con mia madre per avermi desiderato – confessa -, ma ero arrabbiata con la società che mi aveva messo al mondo in questa situazione precaria”; e presto sopraggiunge anche la sofferenza: “A un certo punto mi sono vista scivolare verso l’autodistruzione emotiva – rivela -. Ero ossessionata dalla ricerca del mio vero padre, e dalla paura che, una volta trovato, mi avrebbe respinta. Ho cominciato a respingere l’uomo che mi aveva cresciuta e a farmi del male, con comportamenti autolesionisti”.
Da quel tunnel di profondo dolore, Caroline ne è uscita grazie a molti anni di psicoterapia, anche se la ferita non si è ancora del tutto rimarginata e, presumibilmente, mai lo farà. Mia madre – afferma – “mi ha incoraggiata a vedere uno psicologo per anni e questo mi ha aiutato. Ho smesso di cercare il mio padre biologico. Non mi piace pensare che, molto probabilmente, sono nata solo perché uno studente aveva bisogno di soldi. Ma, lentamente, sto imparando a convivere con questa realtà”[11].
Agathe: “Sono annientata. Sono come un castello di carte a cui sia stata tolta all’improvviso una delle basi: tutto è venuto giù”
La vicenda di Agathe (nome di fantasia), giovane avvocatessa parigina, è stata raccontata dal settimanale francese Le Point che l’ha intervistata, e riportata in un articolo[12] su Il Foglio dalla giornalista Nicoletta Tiliacos.
Agathe apprende di essere stata concepita con il seme di un donatore all’età di 29 anni, in una giornata che sembrava uguale a tante altre, mentre assieme al fratello è riunita a tavola con i genitori. La madre, d’accordo con il marito, racconta ai due figli che costui, cioè l’uomo che considerano a tutti gli effetti il loro padre, è in realtà sterile e perciò non è il loro vero genitore. “Sono annientata – dice Agathe al settimanale parigino -. Sono come un castello di carte a cui sia stata tolta all’improvviso una delle basi: tutto è venuto giù”. La verità può arrivare così, all’improvviso, nella vita dei nati da eterologa – scrive Tiliacos –, come il rumore di un piatto rotto durante la colazione, per uno scatto di rabbia, perché l’intenzione è di fare pulizia o per senso di colpa e per la voglia di condividere un fardello diventato scomodo. È infatti lo psicoanalista della madre, la quale sta attraversando un periodo di disagio, a consigliarle di “aprire gli armadi”, di dare aria a quel pesante segreto familiare che sta gravando negativamente sull’equilibrio psichico della sua paziente.
E mentre la madre, per cercare di stare bene, si libera del suo fardello, alla figlia le crolla il mondo addosso e inizia a stare male: mia madre “ha magari pensato che fosse arrivato il momento giusto per me, che a mia volta cominciavo a desiderare di fare un figlio, di sapere la verità. Ma il cielo mi è caduto sulla testa”. Improvvisamente la giovane cambia idea: non vuole più mettere su famiglia con il suo fidanzato con cui stava giusto progettando di avere un bambino. E inizia a non sopportare più la sua stessa faccia che, all’improvviso, le è diventata estranea. A chi appartengono quegli occhi scuri e quell’incarnato pallido? Da quale linea ereditaria sconosciuta e forse minacciosa le arrivano? “In ottobre – racconta ancora al Point – la radio parlava continuamente di un criminale e la cosa mi ossessionava. Forse anche mio padre poteva essere un assassino… Mi sentivo sporca e facevo sogni atroci: partorivo un figlio che non accettavo, che rifiutavo addirittura di vedere”.
La giovane avvocatessa in carriera, serena, equilibrata e proiettata verso il futuro, è diventata fragile, cupa, insicura. Sente che per guarire non le rimane che andare a fondo, alla ricerca del pezzo mancante delle sue radici, ma l’operazione non è per niente facile: in Francia la legge protegge l’anonimato assoluto dei donatori. Nonostante ciò, Agathe riesce a ottenere dal Cecos (Centre d’études et de conservation des oeufs et de sperme) – il centro dove trent’anni prima era stato raccolto e “stoccato” il campione di sperma che le ha dato origine – un appuntamento per un colloquio. La giovane vuole delle risposte: suo fratello è nato dallo stesso donatore o condividono solo la madre? Quante altre persone sono nate da quel seme? E quelle persone vivono in Francia, magari nella sua stessa città? “È la prima cosa che ti viene in mente – afferma Agathe -: l’incontro possibile con chi fa parte della tua stessa fratrìa genetica. Il mio fidanzato ha subito verificato che suo padre non fosse un donatore…”.
Passano parecchi mesi, prima che qualcuno al Cecos si decida a riceverla, finché finalmente il giorno della convocazione arriva: “Sono stata ricevuta da un medico e da una psicologa di ventidue anni – racconta – e sono rimasta basita dal loro dilettantismo. Come unica risposta ho ottenuto il consiglio di farmi visitare da uno psicologo. Mi è stato detto, per quanto riguarda mio fratello, ‘che cosa può cambiare, se è un fratello genetico oppure no?’. Quanto al numero di gravidanze ottenute con lo stesso sperma, poi, la cosa evidentemente non era affar mio”. Né suo né di suo fratello, è chiaro, che a sua volta le dice in continuazione che, da quando ha appreso la sconvolgente notizia sulle sue origini, si sente come se galleggiasse nel vuoto.
Lauren Burns: “Ho scoperto che mio padre era una fiala di sperma congelato con l’etichetta ‘C11’: è stato un completo shock”
Lauren Burns, ingegnere aeronautico, all’età di 21 anni si è ritrovata con la vita completamente stravolta dopo aver saputo dalla propria madre che suo padre era sterile e che lei era stata concepita in una clinica di Melbourne con il seme di un donatore. “A 21 anni ho scoperto che il mio padre biologico era una fiala di sperma congelato con l’etichetta ‘C11’. È stato un completo shock. La conseguenza opprimente di questo fatto è stata di sentirmi impotente e senza possibilità di scelta” –, si legge nel blog Donor Conceived[13] dove, assieme a quella di Lauren, sono riportate molte altre testimonianze dirette di persone adulte concepite da donatore di sperma.
Da quel momento, con l’aiuto della madre, Lauren ha intrapreso una lunga e ardua ricerca per scoprire l’identità del padre biologico: “Pensavo fosse estremamente ingiusto che l’establishment medico avesse concepito l’idea di ‘donatore anonimo’ e che questo fosse stato imbastito senza il mio consenso. Mi sentivo come se il sistema avesse sfruttato la mia vulnerabilità assegnando ai miei diritti la priorità più bassa. Ogni volta che manifestavo il bisogno che mi stava portando a cercare il mio donatore, mi ricordavo che dovevo subire queste decisioni, fatte molto tempo fa, sulle quali non ero mai stata coinvolta”. Dopo quattro anni di ricerche infruttuose e nonostante le leggi che tutelano l’anonimato dei donatori, Lauren alla fine è riuscita a “conoscere la mia identità genetica. Anche se per farlo ho dovuto smuovere cielo e terra”. Con sua grande sorpresa, ha appreso di essere la nipote del professore Manning Clark, autore di diversi libri e personaggio molto famoso in Australia per le sue convinzioni indipendentiste. C11, infatti, altri non è che l’ultimo figlio del professore: Benedict Manning Clark. La storia di Lauren è stata raccontata dai giornali e da uno speciale in due puntate trasmesso dalla rete australiana ABC Tv.
Lauren muove le sue critiche all’“industria della fertilità” che ha creato un sistema in cui “i donatori procreano con l’intenzione di non assumersi alcuna responsabilità o attaccamento nei confronti della persona che hanno contribuito a creare” e contro le coppie che “pensano che il concepimento tramite donatore sia una ‘cura” vera e propria contro la loro sterilità, ma – si domanda Lauren -, cosa succede quando i figli si rifiutano di accettare che il loro genitore biologico non è solo ‘un uomo bello o una bella donna’, irrilevante per la loro vita?”. “È fondamentale rendersi conto – continua Lauren – che la decisione di usare un donatore per creare una famiglia ha delle conseguenze che dureranno tutta la vita per i figli che nasceranno. Ogni persona che conosco, concepita da donatore (circa una quindicina), è stata colpita da queste conseguenze. È falso affermare che con la fecondazione eterologa non ci sono veri problemi, che se dici al bambino la verità, e gliela dici da piccolo, tutto andrà bene”, perché, finché sono piccoli “i bambini tendono ad accettare tutto ciò che i genitori dicono e quindi spesso appaiono disinteressati alla loro storia”. Le cose cambiano quando i figli “acquisiscono la capacità di analisi critica, verso i primi anni dell’età adulta, in cui iniziano a porsi le domande su quanto è accaduto”.
Per questi motivi, prosegue Lauren, “è indispensabile porre l’accento sull’importanza del legame genetico: è fondamentale o completamente usa e getta? Quanto è importante per l’informazione su di sé (aspetto, personalità, interessi) e formazione del senso di identità (sentimento di appartenenza, somiglianze con i propri parenti, essere l’anello di una catena)? C’è una vasta letteratura sui sentimenti di perdita e afflizione patiti dai figli adottivi, per il fatto di non avere un rapporto stretto con i loro genitori biologici. Questo è rilevante perché, dal punto di vista del bambino, essere concepito da donatore e come essere ‘adottato per metà’. Per una coppia l’infertilità può significare il lutto per la perdita di qualcuno che non è mai esistito. Tuttavia, la scelta di concepire tramite un donatore per superare l’infertilità, può significare trasferire tale perdita cosicché ora sono i bambini che soffrono, in questo caso per qualcuno che non hanno mai incontrato: il genitore biologico mancante”. “Quando prendono la decisione per conto del loro bambino – aggiunge Lauren nella sua testimonianza sul blog –, i genitori dovrebbero chiedersi come si sentirebbero se fossero loro a vedersi negata una relazione familiare stretta con uno o entrambi i propri genitori biologici”.
Oggi Lauren combatte affinché tutti possano vedersi riconosciuto il diritto a conoscere le proprie radici biologiche. Ha instaurato un buon rapporto con il padre biologico e sta cercando di rintracciare i familiari che ancora mancano all’appello: “Ho ancora tre fratellastri mancanti: due ragazzi nati rispettivamente a dicembre ’81 e luglio ’84, e una ragazza nata ad agosto ’81, tutti in famiglie diverse. Mi sono iscritta nel registro volontario che raccoglie i nati prima del 1988, ma non ci sono stati riscontri. I genitori hanno mai detto loro che sono stati concepiti da donatore? Se costoro o i loro genitori stanno leggendo questo articolo, voglio dire loro che mi possono trovare nel registro volontario e che li sto aspettando”.
Sarah Dingle: “Tutto quello che sapevo di me è stato spazzato via… Da allora stento a riconoscere il mio volto allo specchio”
Per Sarah Dingle, giornalista dell’emittente televisiva australiana ABC News, scoprire di essere stata concepita con lo sperma di un donatore è stato uno shock, ma venire a sapere che non avrebbe mai avuto alcuna possibilità di rintracciare il suo padre genetico è stato ancora più sconvolgente.
Tutto ha inizio quando, all’età di 27 anni, mentre si trova con la madre in un ristorante di Sydney, costei le rivela di averla concepita con lo sperma di un donatore: “Si è aggiustata sulla sedia – racconta Sarah – e dopo una scrollata di spalle mi ha detto: forse questo non è il momento migliore per dirtelo, ma tuo padre non è tuo padre. Avevamo problemi a concepire ed è venuto fuori che lui non era in grado. Così abbiamo usato un donatore… Ma non fa alcuna differenza, vero Sarah?”. In realtà quest’ultima non era una domanda, aggiunge Sarah, voleva solo che la rassicurassi, mentre io “avrei voluto urlare, fare a pezzi la tovaglia, andare in bagno a piangere”. Sarah continua: “No, risposi. Non fa alcuna differenza. Quella fu la mia prima lezione in qualità di concepita da donatore: i tuoi sentimenti circa l’intera faccenda vengono all’ultimo posto”.
Sarah apprende di essere stata concepita nel 1982 alla “Human Reproduction Unit” del Royal North Shore Hospital (RNSH), un ospedale pubblico di Sydney. Partono perciò da lì le sue ricerche per rintracciare il padre biologico: “Ho iniziato a scavare. Ho contattato l’ospedale per avere notizie sulla mia cartella clinica. All’NRSH gli uomini hanno donato lo sperma in modo anonimo. A ognuno di loro è stato assegnato un codice. Mary, la persona preposta dalla clinica a trattare i casi come il mio, dei bambini che tornano a chiedere informazioni, mi ha detto che mi avrebbe richiamata quindici giorni dopo. L’attesa mi rendeva nervosa. Tutto quello che sapevo di me era stato spazzato via dal giorno della cena con mia madre. Da allora stentavo a riconoscere il mio volto allo specchio. Mary mi stava dando un barlume di speranza. Dalle informazioni che avrebbe trovato forse sarei stata in grado di ricostruire lentamente chi ero”.
Ma, quando due settimane dopo il telefono squilla, il mondo le crolla addosso: “Mi disse che aveva trovato il file, ma che le informazioni sul mio donatore erano state tolte e distrutte dalla clinica. Quello che era stato cancellato era il codice di tre lettere che identificava il donatore. Questo codice ti dice quando e quante volte il materiale genetico del donatore è stato usato, e qual è la sua anamnesi medica. Era la chiave per accedere alla miserevole esigua quantità di informazioni familiari che queste cliniche forniscono alle persone come me. Senza alcun codice del donatore, la mia appare una nascita miracolosa. Mi sento alla deriva. Non potrò mai rintracciare il mio padre biologico o i miei fratellastri”.
Sarah non si rassegna e continua la sua ricerca per reperire qualsiasi informazione utile. Viene a sapere che nei primi anni ’80 tutti i codici donatore di quella clinica sono stati distrutti per proteggere il loro anonimato. Apprende poi che la clinica era solita usare lo sperma di uno stesso donatore per più volte, fino a un massimo di dieci concepimenti. Tuttavia, in una intervista del 2005 con la ABC Four, il direttore della clinica aveva ammesso che quel limite era stato superato. “La realtà – dice Sarah – è che vivrò tutta la vita come figlia unica nonostante io abbia probabilmente più fratelli e sorelle della maggior parte delle persone che conosco”.
In Australia, nello Stato in cui Sarah è stata concepita c’è un registro volontario per i figli di donatore che desiderano essere trovati, ma – spiega Sarah – “io non posso farne parte. Quando ho provato a iscrivermi mi hanno detto che senza il codice di verifica della clinica non potevo farlo… In definitiva, siccome la clinica ha distrutto i codici donatore, io non potrò mai trovare la mia famiglia. Ho imparato a convivere con questo fatto, ma mentirei se dicessi che questo non mi ha fatto soffrire. Non c’è nessuna legge nazionale che controlli l’operato di quest’industria o che tuteli i diritti del bambino. Senza il diritto alla verità sulle nostre origini genetiche, le persone concepite da donatore resteranno i prodotti di un’industria, non essere umani”[14].
Emma Cresswell: “La mia vita era una bugia… Ho dovuto rimettere in discussione chi ero”
Emma Cresswell, 26enne inglese, nel 2014 ha catturato l’attenzione della stampa britannica per essere riuscita, dopo una battaglia legale durata sei anni, a far rimuovere dal suo certificato di nascita il nome di colui che credeva fosse il padre.
I genitori di Emma non erano in grado di concepire naturalmente, ma siccome la donna voleva disperatamente dei figli decisero di avvalersi dell’inseminazione artificiale eterologa, una pratica in cui lo sperma del donatore viene iniettato direttamente nell’utero. Dopo otto mesi di trattamenti senza successo, la madre rimane incinta e nell’aprile 1988 nascono tre gemelli: Emma e i suoi due fratelli, Ben e Daniel. Nei loro certificati di nascita vengono indicati come genitori la madre e il suo compagno, ma poco dopo, come non di rado accade alle coppie che fanno ricorso all’eterologa, il loro rapporto si deteriora e i due si separano. Fino ai tredici anni, Anna cresce con la madre e ha pochi contatti con il padre, finché, nel periodo dell’adolescenza, mossa dalla necessità di essere più vicina al College per studiare, decide di andare a vivere da lui.
La verità sulle origini sue e dei fratelli arriva una sera, come un fulmine a ciel sereno: “Mentre eravamo nel bel mezzo di una discussione – racconta Emma -, ci ha rivelato che eravamo stati concepiti da un donatore e che lui non era nostro padre. È stato uno shock per tutti e tre. Non ne avevamo mai avuto la minima idea o sospetto”. Emma decide di prendere le distanze da quell’uomo che ora le appare un perfetto estraneo e, sei mesi dopo la sconvolgente rivelazione, ha già cambiato il suo cognome con quello della madre da nubile. “Ho dovuto rimettere in discussione chi ero – dice -. Per tanto tempo avevo pensato di essere una certa persona, finché ho scoperto che un’intera parte di me non era vera. Per questo ho cambiato il mio cognome, per far sì che rappresenti chi sono veramente”.
Ma c’era ancora un’anomalia: il suo certificato di nascita, che le serviva per presentare le domande di lavoro. “Ogni volta che lo guardavo – rivela Emma – pensavo: questa è una bugia, non sono io. Volevo qualcosa che rappresentasse la verità”. Inizia così la sua lunga battaglia legale per modificare il documento in cui non si riconosce, battaglia che sei anni dopo riuscirà a vincere, diventando la prima persona in Inghilterra, concepita da donatore, ad aver depennato il nome del “padre sociale” dal certificato di nascita.
Emma Cresswell non conosce ancora il nome del suo vero padre genetico: lei e i suoi fratelli non possono rintracciarlo essendo nati prima del 1991, cioè prima che la Human Fertilisation and Embryology Authority fosse costituita. Oggi, nel suo nuovo certificato di nascita, le caselle con i dati del padre (nome, data di nascita, professione) sono vuote: “Per chiunque altro non è certamente un pezzo di carta emozionante – osserva mentre lo posa con cura sul tavolo -, ma per me lo è. È la verità. È quello che io sono”[15]. Sì, Emma Cresswell è quel certificato di nascita con il nome del padre in bianco: è una dei tanti “orfani” di padre ignoto vivente, generati dalla pratica barbara della fecondazione eterologa.
Audrey Kermalvezen: “Qui per testimoniare quanto sia dura nascere così”
Nel 2014, Audrey, avvocato francese nata nel 1980, ha pubblicato con lo pseudonimo di Audrey Kermalvezen il libro “Le mie origini: un affare di Stato”, in cui racconta la sua battaglia contro l’anonimato dei donatori di gameti sancito dalla legge francese.
Audrey apprende nel 2009, all’età di 29 anni, che i suoi genitori avevano concepito lei e il fratello con il seme di uno sconosciuto. “Mio fratello si sentì sollevato” rivela l’avvocato, perché aveva sempre avuto il sentore che nella nostra famiglia “ci fosse qualcosa che non andava”. La sua reazione fu invece di “rabbia contro i miei genitori per il fatto di averci mentito” anche se “poi compresi che non erano solo loro i responsabili del segreto, ma anche i dottori che avevano creato tutte le condizioni per mantenerlo, scegliendo un donatore che assomigliava a mio padre e dicendo a lui e a mia madre di non rivelarci nulla”. Tuttavia, quando ripensa al suo vissuto, anche lei al pari del fratello si rende conto che il suo inconscio qualcosa presagiva: “Quando ero piccola non sapevo nulla, eppure sognavo sempre un uomo che arrivava e mi portava via. Poi chiedevo continuamente ai miei genitori se mi avevano adottata”, inoltre “all’età di 23 anni scelsi di specializzarmi in diritto bioetico, pur non sapendo ancora nulla della mia storia”.
Dopo lo svelamento del segreto da parte dei genitori, Audrey ha provato in tutti i modi a rintracciare il suo vero padre biologico, ma ha incontrato il costante rifiuto dell’Assistenza Pubblica-Ospedale di Parigi (APHP), a causa appunto della legge francese che tutela l’anonimato dei donatori. Ha così intrapreso una lunga battaglia legale diventando una delle paladine della lotta contro il sistema che ruota intorno all’eterologa e contro i diritti dei bambini, relegati dietro a quelli degli adulti. “Questo è il problema per cui non ci rispondono” afferma, “ecco perché non siamo qui innanzitutto per conoscere le nostre origini, ma per testimoniare quanto sia dura nascere così”, perché a tutta questa sofferenza “non c’è alcun rimedio”.
Audrey, che fa anche parte dell’associazione Procréation médicalement anonyme (Procreazione medicalmente anonima), parla al plurale, perché la sua vicenda coinvolge anche il marito, anche lui infatti è un figlio della provetta: “Con mio marito condivido una paura: quella di essere nati dallo stesso genitore” – racconta -, per questo motivo anche lui “è molto implicato nella battaglia per l’accesso alle sue origini. Lui e le sue due sorelle sapevano da sempre di essere stati concepiti da un donatore di sperma, ma erano pure sicuri che i loro genitori avrebbero dato loro le informazioni sull’identità paterna una volta compiuti i 18 anni. Ma così non è stato: non erano in possesso di alcuna notizia a riguardo”.
Sono più di uno, quindi, i motivi validi che spingono Audrey a portare avanti con determinazione la sua battaglia. Come prima cosa, la donna soffre perché non sa chi l’ha generata. Vorrebbe comunicare anche solo indirettamente al padre biologico il proprio bisogno di conoscerlo. In tal caso, anche una semplice foto di lui inviata per posta la renderebbe contenta: “Quello che cerco non è solo Dna, ma un volto – spiega -. Non considero questo mio genitore come un vero padre, un membro della mia famiglia, ma fa parte di me. Non è una ricerca affettiva ma desidero solo sapere da dove vengo, chi sono”.
In secondo luogo, Audrey vorrebbe sapere se lei e il fratello condividono lo stesso donatore e se ha altri “mezzi fratelli e mezze sorelle”. Con i propri legali, la donna si dice pronta a rivolgersi pure alla Corte europea dei diritti umani, che nel 1992 si espresse dicendo che le persone nate da fecondazione eterologa hanno “un interesse vitale a ottenere le informazioni che sono indispensabili per scoprire la verità su un aspetto importante della loro identità personale”. A questo proposito, Audrey spera che le venga riconosciuta la violazione del suo “diritto al rispetto della vita privata e familiare” sancito nella CEDU.
Infine, si aggiunge il pericolo di consanguineità con il marito, che comporta un rischio per la salute dei loro figli: “La legge protegge solo l’identità – spiega la donna -, ma la giustizia francese stabilisce che non si possa nascondere se mio fratello o mio marito e io siamo stati concepiti o meno tramite lo sperma dello stesso uomo. Invece, si rifiutano di rispondermi”[16], [17].
Hattie Hart: “Scoprire di non avere un papà mi ha lacerata. È un vuoto incolmabile”
Hattie Hart, 16 anni e solo da due a conoscenza della verità sul suo concepimento, racconta a Tempi, che l’ha intervistata, che credeva che “l’uomo con cui sono cresciuta fosse mio padre, ma non avevo un buon rapporto con lui. Poi, quando ha divorziato da mia mamma, mi ha detto la verità. Inizialmente ho provato un senso di sollievo per il fatto che non fosse mio padre: era distaccato e non mi ha mai trattata come i suoi figli naturali. Ma dall’altra parte, scoprire di non avere un papà mi ha lacerata. È un vuoto incolmabile”.
Dopo aver appreso la verità, anche Hattie, come la maggior parte dei figli dell’eterologa, inizia “a leggere e incontrare persone come me” scoprendo che “quelli come noi hanno tutti problemi di fiducia, abbandono, rifiuto con cui devono convivere tutta la vita”. “Una delle più grandi tragedie – continua la giovane – è la perdita dell’appartenenza. La fecondazione eterologa è devastante, dovrebbe essere vietata”.
La nostra società – accusa Hattie – “mi fa sentire in colpa per i miei sentimenti”, essa presta attenzione “solo alle coppie e ai singoli che vogliono bambini e mai ai figli e ai genitori biologici. Dire che un bambino ha il diritto di crescere con sua madre e suo padre non è permesso. Per fortuna mia mamma ha capito la gravità delle conseguenze del suo gesto e ora mi sostiene. Ma non è facile comunque… Ora so che la terapia mi può aiutare, anche se chi ci è già passato dice che un vuoto rimarrà sempre”[18].
Jessica Kern, nata da madre surrogata, e quella “ferita primaria” che ti fa sentire come se non avessi un legame con i tuoi genitori
La 32enne Jessica Kern aveva 16 anni quando è riuscita a trovare il pezzo di puzzle che mancava e dava finalmente significato alla sua vita: la donna che l’aveva cresciuta fin dalla nascita non era la sua madre biologica, lei era il frutto di un contratto di surrogazione.
Mentre cresceva, Jessica aveva sempre percepito che qualcosa non andava nella sua famiglia. Quello di cui soffriva, a causa dei suoi genitori, era ben più di un mero abuso fisico o emotivo: si trattava di un sentimento profondo e inquietante che in qualche modo la faceva sentire come se non avesse un legame con loro. Anche a livello fisico c’erano troppe cose che non tornavano: il padre era bianco e la madre era originaria della Corea del Sud. Jessica era stata cresciuta come una ragazza per metà coreana, aveva frequentato la scuola coreana e, nei fine settimana, andava alla chiesa coreana della madre, tuttavia lo specchio le raccontava una storia diversa. Il suo aspetto non aveva la ben che minima traccia di origini asiatiche, tanto che a volte la giovane si chiedeva se per caso non fosse stata adottata.
La verità sulle sue origini arriva all’improvviso a 16 anni quando un terapeuta, che la stava aiutando a proposito del difficile rapporto con i genitori, le rivela una notizia che si celava in fondo alla sua cartella medica: lei era nata da una madre surrogata. In quel preciso momento, Jessica ha trovato la risposta alla domanda che l’aveva assillata per tutta la vita, ma allo stesso tempo le si è presentata un’intera vita di nuove domande che non potranno mai trovare completamente una risposta.
Come poi scoprirà, nel 1983 sua madre desiderava un figlio, ma a causa di un trattamento contro il cancro a cui recentemente aveva dovuto sottoporsi, aveva scoperto di essere diventata sterile. I suoi genitori avevano così optato per la maternità surrogata in Michigan, visto che in Virginia, dove vivevano, tale pratica non era regolamentata, e decisero di non rivelare a nessuno questa loro decisione. Durante la gravidanza della surrogata, la madre sociale di Jessica aveva indossato delle protesi che simulano il pancione di dimensioni crescenti, per far credere a parenti e amici che quello che sarebbe nato era veramente figlio loro. Quando la surrogata entrò in travaglio e partorì con 3 settimane di anticipo, i suoi genitori – racconta Jessica – “erano ad un cocktail party. E il giorno dopo dovettero spiegare in che modo avevano avuto improvvisamente il bambino”.
Nonostante le mille domande che le assillano la mente, dopo aver appreso dal terapeuta la notizia sulle sue vere origini, la giovane decide di non raccontare nulla ai genitori, nemmeno quando a 17 anni va a vivere fuori casa. È solo verso i 19-20 anni che Jessica trova il coraggio di parlare con il padre, raccontandogli ciò che aveva saputo e chiedendogli informazioni sulla sua vera madre, ma il padre si rifiuta di dargliele. Jessica decide così di rivolgersi a internet, iscrivendosi a vari siti web in cui i bambini adottati cercano di ricongiungersi ai loro genitori naturali: “Sapevo che il mio caso non si adattava completamente al profilo [di questi siti] – afferma -, ma speravo che forse lei era là fuori in cerca di me”. Invece la sua vera madre non la sta cercando, presumibilmente perché, avendo fornito le sue informazioni al padre di Jessica, avrebbe dovuto essere la figlia eventualmente a contattarla: “Semplicemente era lei che stava aspettando me”, conclude la giovane.
Dovrà aspettare altri sei anni prima di poter incontrare la vera madre. Stanca del costante rifiuto del padre a fornirle le informazioni che disperatamente vuole, all’età di 26 anni Jessica gli ruba due rubriche telefoniche personali che tiene in casa e, finalmente, riesce a contattarla. “Abbiamo parlato per due ore”, racconta, in cui ha appreso di essere una dei sei figli avuti dalla donna, tre dei quali suoi e tre partoriti conto terzi. La giovane programma immediatamente un viaggio in Michigan per conoscere la donna che l’ha messa al mondo, tre dei suoi fratellastri e più di una dozzina di zie e zii. È inoltre in grado di stabilire un contatto anche con uno degli altri due bambini surrogati: una mezza sorella. La madre le racconta di aver accettato di fare la surrogata per motivi di “compassione” nei confronti delle coppie sterili, ma nel dare via la figlia – nota Jessica -, costei ha ricevuto in cambio 10mila dollari, un ammontare che negli anni ’80 equivaleva allo stipendio base di un anno di lavoro. Apprendere che la sua vera madre l’aveva venduta per 10mila dollari, che lei era “nata grazie a un assegno” è stato “devastante”.
Nei primi quattro anni della loro conoscenza, il rapporto tra madre biologica e figlia non è stato per nulla idilliaco, ma ha avuto “un percorso difficile”, inoltre, quando Jessica ha iniziato pubblicamente a parlare male della maternità surrogata, la loro relazione si è addirittura raffreddata. Tuttavia la ragazza non ha nessuna intenzione di smettere di comunicare al mondo ciò in cui crede, nella speranza che una maggiore consapevolezza pubblica possa indurre le persone a pensarci due volte prima di creare intenzionalmente dei bambini che, dopo aver trascorso nove mesi nel ventre della loro madre, le saranno strappati via alla nascita, per essere cresciuti da degli estranei. Tutto questo “è sbagliato – afferma -. Si tratta di una vera e propria compravendita di bambini e mercificazione del corpo delle donne. C’è un’enorme differenza tra il mondo dell’adozione e quello della fecondazione eterologa. L’istituto dell’adozione non è stato creato per i genitori, per dare loro un bambino. È stato creato, al contrario, per dare ai bambini una famiglia, perché sono già qui e dobbiamo rispondere a una catastrofe”. Invece, “i figli dell’eterologa sono creati con l’intenzione di separarli biologicamente e, come si può vedere… questo è assai diverso”. Jessica considera la sua storia come l’esempio perfetto di ciò che può andare storto quando scienza e cultura dei diritti si incontrano, contrapponendo i desideri egoistici degli adulti al superiore interesse dei bambini.
La donna racconta che da quando ha appreso la verità sulle sue origini il suo atteggiamento verso la maternità surrogata ha avuto un’“evoluzione”. All’inizio – ammette – “mi sono sentita sollevata. Sapevo che c’era qualcosa che non andava e l’ambiente domestico era estremamente abusivo, così a un certo punto mi sono detta ‘grazie a Dio non sono completamente imparentata con queste persone; c’è ancora speranza per me’”. Ma, con il passare degli anni, ha iniziato a sentirsi sempre più combattuta. “Penso che finché sei un adolescente e ti dicono che sei un prodotto della maternità surrogata, non dai troppo peso a questa cosa. Forse perché semplicemente è qualcosa di troppo grande per te” – afferma -. Ma quando ha iniziato a elaborare le informazioni, ha acquisito sempre più curiosità nei confronti delle circostanze che hanno portato al suo concepimento e nascita: “Ti chiedi quale logica ci sia dietro ad essa, quali motivazioni; ci pensano a te? Inizia a diventare un tantino assillante”.
Oggi Jessica si oppone non solo alla maternità surrogata, ma all’intero processo che ha a che fare con l’eterologa, che comprende anche la donazione di ovuli e la donazione di sperma. Ciò che contesta con forza è l’uso del termine “donazione”: “Non è una donazione – afferma -, è una vendita di bambini… Se sei un donatore di sperma o una donatrice di ovuli, tu non stai vendendo il tuo sperma, non stai vendendo il tuo ovulo, stai vendendo tuo figlio”. “Sono contraria a tutto questo al cento per cento – continua -. Non ne capisco lo scopo. Credo che ci siano in questo mondo già tanti bambini che hanno bisogno di una casa”.
Oggi Jessica scrive sul blog “The other side of surrogacy” (“L’altra faccia della maternità surrogata”) e sta anche pensando di scrivere un libro sulla sua storia. “C’è bisogno di una maggiore informazione sulle ricadute della maternità surrogata – afferma -. È troppo facile guardare ad essa solamente dal punto di vista di ‘cosa voglio, quali sono i miei desideri e come faccio a realizzarli? Ma è molto più difficile guardare a come questo potrebbe influire sul bambino”. Jessica parla anche della “ferita primaria”, un concetto introdotto dall’autrice Nancy Verrier nel suo libro “The Primal Wound: Understanding the Adopted Child” (“La ferita primaria: comprendere il bambino adottato”), che così si esprime: “La ferita primaria è ciò che accade quando si separa un bambino dalla madre. I neonati conoscono la madre tramite tutti i loro sensi, e quando per qualche ragione il piccolo è separato da quella madre, il legame prenatale è interrotto, si genera un trauma sia nel bambino che nella madre, ed entrambi percepiscono che c’è qualcosa che manca dentro di loro”. Una sensazione dolorosa che Jessica conosce benissimo, avendola sperimentata dentro di sé per molti anni, e che lei descrive come quel sentimento profondo e inquietante che la faceva sentire come se non avesse un legame con i genitori. Una sensazione a cui alla fine è riuscita a dare un nome, anche se la sofferenza è insanabile e rimarrà per sempre[19].
Kathleen LaBounty: “Ho sperimentato personalmente ciò che sento come la morte del mio padre biologico, e continuo anche a soffrire per non avere la possibilità di conoscere i miei mezzi fratelli biologici, le zie, gli zii, i cugini e i nonni”
La testimonianza di Kathleen LaBounty, 34 anni, di Houston (Texas), concepita negli anni ’80 con lo sperma di un donatore anonimo, è stata resa nota per la prima volta nel 2007 dalla rivista trimestrale di “Resolve”, la “National Infertility Association of America”.
Kathleen scrive: “In qualità di figlia nata da donatore anonimo di sperma, sto raccontando la mia storia per fornire la prospettiva dal punto di vista dei figli, a sostegno delle esigenze della futura prole, e con il fine di esporre le complessità, sostanzialmente ignorate, derivanti dal concepimento tramite donatore”. “Il mio viaggio – continua la giovane -, è iniziato il 4 maggio 1981, il giorno in cui mia madre è andata in una clinica di Houston per ricevere un’inseminazione di sperma fornito da uno studente anonimo del Baylor College of Medicine” perché mio padre “aveva un basso numero di spermatozoi”, ma “a differenza delle famiglie trattate dalla fine degli anni ’80 in poi, non hanno ricevuto il numero del donatore, la sua anamnesi medica, le informazioni genetiche, o qualsiasi altra notizia su di lui”.
Kathleen apprende la verità sulle sue origini quando ha 8 anni, in quell’occasione la madre le comunica anche che “aveva dato alla luce un altro bambino, concepito con sperma donato, giusto 11 mesi prima della sua nascita, ma che l’aveva dato in adozione perché nato con la sindrome di Down”. “All’epoca – rivela la giovane -, il mio concepimento tramite un donatore anonimo mi sembrò intrigante e quasi magico, ma crescendo, l’idea di anonimato e non-identità ha reso la donazione meno affascinante e decisamente più angosciante, e la realtà dietro alle mie origini ha iniziato a farsi sentire”. La frattura con le proprie origini biologiche – spiega Kathleen – “può lasciare nei figli una sensazione di incompletezza o di cuore spezzato… Non solo ho sperimentato personalmente ciò che sento come la morte del mio padre biologico, ma continuo anche a soffrire per non avere la possibilità di conoscere i miei mezzi fratelli biologici, le zie, gli zii, i cugini e i nonni”.
“La ricerca del mio padre biologico – prosegue Kathleen -, mi ha portata a copiare centinaia di pagine dagli annuari scolastici con fotografie in bianco e nero, al fine di individuare un estraneo che avesse le caratteristiche del volto simili alle mie. Questa ricerca dentro sei anni di annuari, è stata un’esperienza estremamente dolorosa e angosciante, ma è diventata la mia ultima opzione dopo che mi è stato ripetutamente detto che le cartelle cliniche di mia madre erano state distrutte”. Ma la ricerca non ha prodotto risultati: “Nonostante le centinaia di ore investite in questa ricerca, le 450 lettere inviate ad altrettanti uomini laureatisi alla scuola medica del mio padre biologico, le risposte ricevute da 100 uomini presenti negli annuari, e numerosi test del Dna negativi, per il momento continuerò a comunicare con il mio padre biologico solo di notte nei miei sogni”.
La ricerca del suo vero padre ha portato Kathleen anche “all’interno dei gruppi in cui i figli di donatori si sentono vuoti e fortemente defraudati di importanti notizie sulla loro vita, senza le informazioni sul donatore e la possibilità di scoprire chi è”. La giovane riferisce di aver incontrato in questo contesto molti figli concepiti da donatore che si sono ritrovati con “il senso d’identità in frantumi, la sensazione di essere stati ingannati e un senso di sfiducia verso i propri genitori”. Inoltre, aggiunge Kathleen: “Nelle mie conversazioni con numerosi di loro, sia di persona che nei gruppi online, ho scoperto che molti di noi pensano che la parola ‘donatore’ sia appropriata per una persona che dona il sangue, ma non lo è di certo per definire un uomo che viene pagato per il suo sperma che contribuirà a creare un nuovo essere umano. A mio avviso, il termine ‘donatore’ è un eufemismo usato per far sì che le famiglie destinatarie si sentano meno minacciate e per attrarre potenziali donatori, dato che un ‘donatore’ suona certamente meno importante e meno intimidatorio di un padre biologico”.
Gli Stati Uniti – ammonisce in conclusione la giovane – dovrebbero “vietare le donazioni anonime, dando in tal modo importanza al diritto dei figli, piuttosto che al benessere dei genitori e ai portafogli delle cliniche. Spero che la condivisione di queste parti della mia storia possano fornire indicazioni che vadano a beneficio dei figli futuri. Dal momento che i bambini concepiti tramite donatore non hanno voce in capitolo sul metodo del loro concepimento o sul modo in cui esso viene gestito all’interno delle loro famiglie, io sto provando a parlare in loro vece. Noi non siamo dei semplici prodotti di una transazione commerciale, ma un gruppo di persone con bisogni e diritti. Ora che siamo abbastanza grandi per far valere il nostro punto di vista, vi supplico di ascoltarci e imparare da noi”.
Oggi Kathleen è sposata e ha due figli suoi. Non ha ancora trovato l’uomo che ha contribuito a crearla, ma il desiderio profondo di rintracciarlo e conoscerlo è ancora presente e mai l’abbandonerà[20].
Paolo B, figlio di genitori nonni: “Ho vissuto una vita da ‘diverso’ in mezzo ai miei coetanei, sentendomi continuamente definire ‘bastone della mia vecchiaia’ dai miei genitori”
Un fenomeno che negli ultimi decenni ha subìto un forte incremento grazie alla fecondazione eterologa è quello delle “mamme nonne”, di donne cioè che, pur essendo già in menopausa e in là con gli anni, riescono a diventare comunque madri grazie all’acquisto di un ovocita “giovane” e allo sperma del marito o di un donatore. I bambini che nascono da questi “genitori nonni” rischiano di ritrovarsi orfani in giovane età, o con genitori vecchi e bisognosi di tutto quando proprio loro, i figli, si trovano in un’età tale da necessitare ancora dell’aiuto e del sostengo dei genitori.
Nel 2011, il quotidiano La Stampa ha riportato la testimonianza-sfogo di Paolo B, 45 anni, figlio di “genitori nonni”, che racconta di aver “avuto la sventura di nascere da genitori di 51 e 42 anni, e non è stata un’esperienza per nulla piacevole”.
Paolo esordisce parlando dei “rischi alla nascita” per i bambini che questo tipo di gravidanze comporta: “Leggevo sabato su La Stampa che la probabilità di ‘uscirne vivi’ nel 1966 era appena del 4%”. Poi passa immediatamente a descrivere le mille difficoltà che ha incontrato durante l’adolescenza per il fatto di ritrovarsi con due genitori anziani: “C’è da considerare cosa significhi essere adolescenti con genitori ultrasessantenni, incapaci di capire i loro figli, che demonizzano qualunque cosa esuli dalle loro esperienze giovanili: ‘ai nostri tempi’ non esistevano le playstation, le video cassette, i CD, i fax, i concerti, le notti bianche, i cellulari, internet… per cui ogni tentativo di far uscire la famiglia dagli anni Trenta/Quaranta si trasforma in uno scontro generazionale, e ogni innovazione tecnologica dev’essere spacciata come ‘utile per la scuola’ per avere qualche possibilità di accoglimento. Col risultato di vivere una vita da ‘diverso’ in mezzo ai propri coetanei, che invece sono liberi di vivere nel loro tempo. Sentendosi continuamente definire ‘bastone della mia vecchiaia’”.
Ma avere dei genitori anziani – prosegue Paolo – rischia di comprometterti anche il futuro: “E c’è soprattutto da considerare cosa significhi cercare di costruirsi un futuro con genitori ormai anziani e bisognosi di assistenza, barcamenandosi tra pannoloni, medicine e colloqui di lavoro; tra orari d’ufficio e improvvise chiamate da casa per imprevisti legati all’età. E ritrovarsi a 45 anni, dopo aver vissuto costantemente da precario, ancora vincolato all’assistenza di genitori-nonni ormai di 96 e 87 anni, con la prospettiva di dover rinunciare a farsi una famiglia per non diventare a propria volta un genitore-nonno…”
Paolo conclude la sua testimonianza con un’invettiva contro la cultura che erige i desideri degli adulti a diritti, senza tenere minimamente in considerazione i diritti dei bambini e spingendosi fino a travalicare i limiti di natura: “Sarebbe ora che la si smettesse di considerare i figli come un diritto assoluto dei genitori, ignorando il loro diritto ad avere una famiglia ‘normale’; e che si imparasse a rispettare i limiti dettati da Madre Natura, che evidentemente non esistono per caso”[21].
Note:
[1] Elizabeth Marquardt – Norval D. Glenn – Karen Clark, “My Daddy’s name is donor. A new study of young adults conceived throught sperm donation”, http://americanvalues.org/catalog/pdfs/Donor_FINAL.pdf.
[2] Nicoletta Tiliacos, “Mondo eterologo”, Il Foglio, 14 luglio 2014.
[3] Benedetta Frigerio, “Siamo figlie della fecondazione eterologa, e ringraziamo Dolce e Gabbana”, Tempi, 6 maggio 2015.
[4] Raffaella Frullone, “Mio padre si chiama donatore”, La Bussola Quotidiana, 9 dicembre 2011.
[5] Emanuela, “Anonymous Father’s Day (Festa del papà anonimo)”, www.enzopennetta.it, 11 luglio 2016.
[6] Emanuele Boffi, “Generation cryo. Le domande che bollono nel sangue e che nessuna provetta potrà raggelare”, Tempi, 24 aprile 2014.
[7] Patrizia Simonetti, “I fratelli per caso figli di papà Mr. 1096”, Il Fatto Quotidiano, 4 aprile 2014.
[8] Claudia Casiraghi, “‘Mamma ho perso il papà’. Il reality per i figli in provetta”, Libero, 8 gennaio 2014.
[9] Benedetta Frigerio, “‘Noi, figli della fecondazione eterologa’. Storie e tormenti (e compravendita) di una ‘nuova razza’ umana”, Tempi, 16 aprile 2014.
[10] N. Tiliacos, art. cit.
[11] Elena Molinari, “Orfani biologici: ‘Adesso diteci chi siamo’”, Avvenire, 11 aprile 2014.
[12] N. Tiliacos, art. cit.
[13] “Lauren Burns ‘donor’ conceived perspective”, donorconceived.blogspot.it.
[14] “Misconception”, The Sydney Morning Herald, 16 agosto 2014, www.smh.com.au.
[15] Tom Rowley, “My life was a lie… now gaps on my birth certificate tell the truth about my fater”, www.telegraph.co.uk, 20 luglio 2014.
[16] Benedetta Frigerio, “Io, concepita in provetta, combatto per dire quanto è dura nascere così”, Tempi, 11 novembre 2015.
[17] Daniele Zappalà, “Papà era un donatore: chi è?”, Avvenire, 24 ottobre 2015.
[18] B. Frigerio, art. cit.
[19] Kirsten Andersen, “White girl with a korean mom thought she was adopted. The truth was more unsettling”, www.lifesitenews.com, 25 giugno 2014.
[20] “Child of a stranger – by Kathleen LaBounty, a young woman conceived through anonymous sperm donation in the 1980’s discusses anonymous donor issues”, Donor Conception Network, www.dcnetwork.org.
[21] Paolo B., “Io, figlio di genitori-nonni”, La Stampa, 20 settembre 2011.
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